# 7. Sulle orme in sei tappe.
Dalla pianta del piede callosa all'ottagono giallo
Benarrivati e/o bentornati a questa puntata della newsletter Sul riabitare le terre alte, Ormai siamo a marzo e di buone notizie non ne arrivano, a parte naturalmente la primavera che avanza.
L’argomento della newsletter è terra-terra: i miei fidati scarponi mi hanno mollato. La suola è consumata, sento i sassi sotto le piante dei piedi e scivolo. Le cuciture sono saltate e non sono più impermeabili.
Se ti sei perso la molto più seria puntata precedente la trovi qui:
La montagna sacra
Benarrivati e/o bentornati a questa puntata della newsletter Sul riabitare le terre alte, pubblicata in questo burrascoso 2026 che ci riserva grossi cambiamenti a ritmo sostenuto. Riusciremo a stargli dietro?
Se invece te la senti di seguirmi in questa newsletter che parla di piedi e scarpe, spero solo che non la troverai….scritta coi piedi.
Cominciamo a camminare insieme, un passo dopo l’altro, che tutti i grandi cammini iniziano con un primo passo.
Per fortuna è periodo di saldi, sia online che nei negozi specializzati di montagna.
Faccio un giro in giro a cercar scarponi e vengo assalito dalla sindrome del pensionato “Se potessi avere mille euro al mese”. Ma come è possibile che a meno di 350/400 € non si possa comprare nulla di decentemente performante?
Attivo i neuroni della sopravvivenza e mi sovviene alla memoria che durante il trasloco mio figlio Leo mi aveva rifilato una scatola de La Sportiva con i suoi vecchi scarponi di quando andava agli scout.
Tenendo conto che siamo alti ambedue 190 ma lui ha il 46 ed io il 42,5 devono risalire ad almeno 20 anni fa.
Vado in solaio e su un ripiano, tra una scatola di libri da catalogare e un barattolo di colla ormai fossile vedo una scatola de La Sportiva e la apro.
Cuoio duro come cartone, tomaia color cognac sbiadito, i ganci metallici arrugginiti in una sfumatura che non ha un nome preciso ma qualcosa tra il rame e l’autunno.
La suola è di gomma, molto consumata in punta, con la tassellatura molto disomogenea. C’è ancora un pò di fango secco nella scannellatura dei tasselli, fango di un campo scout del secolo scorso.
Ma siccome a caval donato non si guarda in bocca, scendo a Domo e contratto col calzolaio una risuolatura in Vibram, aggiungo un barattolo di grasso e una paio di solette in memory foam e con 80€ mi sono messo a posto per i prossimi dieci anni.
Posso di nuovo andare a camminare in montagna in sicurezza.
Prima tappa: il piede come organo di senso
Prima di tutto c’e il piede. Un piede che posava sulla roccia, sulla sabbia bagnata, sul fango dell’argilla. Un piede con ventisei ossa, trentatrè articolazioni, centoventi fra muscoli e legamenti: una macchina propriocettiva di precisione incredibile, capace di leggere il terreno come un cieco legge il Braille, capace di mantenerci in equilibrio e di radicarci al mondo, da cui il detto “stare coi piedi per terra”
Il problema degli archeologi, quando vogliono capire quando l’uomo ha smesso di camminare a piedi nudi, è che le prime scarpe erano fatte di pelle grezza, corteccia, fibre vegetali: materiali organici che non resistono al tempo. Non lasciano fossili. Lasciano, al massimo, impronte. Ed è proprio dalle impronte che viene la scoperta piu1 strana degli ultimi anni: nel 2023, un gruppo della Nelson Mandela University ha trovato sulla costa del Capo, in Sudafrica, tracce su pietra che potrebbero avere tra 73.000 e 148.000 anni. Impronte senza dita dei piedi, con bordi netti e quello che sembra un punto di attacco per una cinghia. Il gruppo ha scritto nel paper con un’onestà disarmante: Non pretendiamo di avere prove definitive, ma la domanda che apriamo è vertiginosa: e se anche il Neanderthal, che nel Paleolitico medio viveva in queste aree, avesse già capito che il piede da solo non basta?
Quello che sappiamo con certezza è più sobrio ma ugualmente affascinante2: tra 40.000 e 26.000 anni fa, le ossa delle dita dei piedi degli Homo Sapiens si sono assottigliate progressivamente. Chi cammina scalzo sviluppa falangi più spesse, per reggere l’impatto diretto col suolo. Chi cammina calzato no. Le scarpe, in altre parole, si leggono nelle ossa. Le scarpe ci hanno cambiato la biologia.
La calzatura più antica conservata è un sandalo trovato in Oregon, i Fort Rock Sandals, datato tra 9.000 e 10.500 anni fa. Un intreccio di corteccia di artemisia, semplice come un pensiero. Poi, nel 2008, dalla grotta Areni-1 in Armenia, viene fuori qualcosa di più sofisticato: una scarpa intera in cuoio di bovino, risalente al 3.500 a.C., allacciata con un cordoncino. Un pezzo unico, modellato direttamente sul piede. Quando l’ho visto fotografato su una rivista, ho pensato: questa potrebbe uscire da un buon negozio di pelletteria di design. Tremila anni prima di Cristo, qualcuno sapeva già fare scarpe.
Otzi, l’uomo di Similaun, morto verso il 3.300 a.C. tra il Trentino e l’Austria, portava ai piedi qualcosa di ancora più elaborato: stivaletti con suola in pelle d’orso, tomaia in pelle di capra, imbottitura di fieno. Tre materiali diversi per tre funzioni diverse. Otzi non era un primitivo: era un tecnico dell’alta quota. E il suo equipaggiamento, se lo confronti con quello di un escursionista medio che frequenta i nostri sentieri ossolani, regge benissimo il confronto in termini di logica costruttiva ed accessori.
Seconda tappa, la via di mezzo.
C’è una via di mezzo, nella storia della calzatura, che si tende a saltare. Tra lo scarpone chiodato e la suola Vibram, tra il piede nudo di Otzi e il polimero tecnico, esiste una tradizione costruttiva che ha risolto il problema della calzatura in modo radicalmente diverso e che ha fatto moda.
Il mocassino dei nativi americani non è una scarpa semplice. E’ una scarpa che parte da un’ipotesi filosofica precisa: il piede deve sentire il terreno, non isolarsene. La parola stessa makisin in lingua Algonchino 3, la lingua delle tribù dei Grandi Laghi significa semplicemente calzatura. Non protezione, non scudo, non armatura: calzatura, nel senso più neutro. Una cosa che tiene insieme il piede e il mondo senza separarli.
La costruzione originale è quasi meditativa nella sua logica. Un unico pezzo di pelle di cervo, di alce, di bisonte bagnata, ammorbidita con grasso di cervello (il grasso cerebrale dell’animale è la soluzione più efficace per conciare le pelli in modo naturale: lo sapevano i Sioux, lo ha riscoperto la chimica moderna 4), poi modellata direttamente intorno al piede del portatore. La cucitura che corre lungo il collo del piede non è solo strutturale: è la firma di chi ha costruito la scarpa, e ogni tribù aveva il suo punto di cucitura, il suo pattern di decorazione in perle o aculei di porcospino, riconoscibile a chilometri. Un linguaggio territoriale cucito sulla pelle.
Le diverse tribù avevano soluzioni diverse per terreni diversi. I popoli delle pianure, come i Lakota Sioux, usavano suole in parfleche pelle di bisonte essiccata senza concia, rigida come cartone pressato, adatta alla prateria piatta. I popoli dei boschi del Nord usavano pelli più morbide e avvolgenti, senza suola distinta, per camminare su muschio e radici. I popoli del deserto aggiungevano strati sovrapposti di maguey o yucca per isolare dal calore della roccia. Migliaia di anni di ingegneria adattiva, pensata per un principio unico: non vincere il terreno, ma dialogarci 5.
Ma corriamo veloci sulla linea del tempo fino ai giorni nostri. C’è un momento preciso in cui il mercato delle calzature sportive ha iniziato a vendere l’assenza di calzatura come prodotto premium. Era il 2009, più o meno, e si chiamava minimalismo.
La Vibram FiveFingers non nasce dall’ortopedia, né dalla biomeccanica. E non nasce in montagna. Nasce dalla vela.
Robert Fliri era un designer altoatesino di Glorenza, in Val Venosta, che nel 2001 stava cercando una soluzione per muoversi meglio sui ponti bagnati delle barche. Voleva qualcosa che desse grip e libertà di movimento senza essere uno scarpone. Iniziò a disegnare una calzatura con le dita separate, che avvolgesse il piede come un secondo strato di pelle invece di racchiuderlo come un contenitore. Portò l’idea a Vibram, che all’epoca era ancora principalmente un produttore di suole per terzi. Marco Bramani nipote di Vitale, che incontreremo un pò più giù nell’articolo, capì subito che era qualcosa di diverso da tutto quello che avevano fatto fino ad allora6.
Il prototipo fu presentato all’ISPO di Monaco nel 2005. La reazione del mercato fu, a detta degli stessi protagonisti, tra il perplesso e il derisorio. Poi arrivò Born to Run, e il resto è cronaca.
La Vibram FiveFingers — la scarpa con le dita separate, quella che sembra un guanto di lattice per i piedi — era già in giro dal 2005, ma la pubblicazione di Born to Run di Christopher McDougall le aveva dato una base teorica che il marketing non avrebbe mai saputo costruire da solo. Il libro raccontava i Tarahumara del Chihuahua, popolo di corridori che percorrevano centinaia di chilometri su sandali di camera d’aria. La tesi era semplice e provocatoria: le scarpe con ammortizzazione spessa non proteggono il piede, lo rieducano a sbatterci dentro con forza maggiore. Una profezia auto-avverante, industrializzata.
Il movimento barefoot ha avuto la sua stagione di gloria, i suoi martiri (runner che hanno abbandonato le Nike dopo vent’anni e si sono rotti il piede in tre settimane), i suoi guru, i suoi forum. Poi si è sedimentato in qualcosa di più serio: la ricerca sul foot strike, sulla biomeccanica della corsa, sull’architettura muscolare del piede come struttura attiva invece che passiva. Oggi non ci sono più molti fondamentalisti del piede nudo, ma quasi tutti i podologi e i fisioterapisti dello sport ti dicono che rafforzare il piede invece di sostenerlo è almeno metà del lavoro .
Io non corro. Ma ogni tanto, d’estate, faccio qualche centinaio di metri sul sentiero dietro casa senza scarpe. Il terreno fa male, i sassi fanno male, i ricci di castagna fanno particolarmente male. Però il piede comincia a leggere il terreno, e la testa, per qualche minuto, smette di parlare.
Non so se è salute o è nostalgia. Probabilmente è tutt’e due.
Ma non tutti accettano volentieri questa visione un pò fricchettona del camminare scalzi.


Qui siamo a Colloro, tappa di arrivo, o partenza, della selvaggia traversata della Val Grande, dove gruppi di camminatori tedeschi scalzi e puzzolenti arrivano coi piedi disfatti dopo due giorni di boschi e sentieri, e non sono proprio ben accolti dai locali.
Terza tappa: il cuoio, il guardolo e il cognome dei Goodyear
Per migliaia di anni la calzatura è stata quasi esclusivamente una storia di cuoio.
Conciare una pelle è un’arte antica quanto la civiltà e probabilmente più antica7. I Romani avevano corporazioni di coriarii, artigiani del cuoio, regolamentate già sotto Numa Pompilio. Nel Medioevo il calzolaio era una figura centrale del borgo, non periferica. Una scarpa buona costava quanto un cavallo mediocre.
La rivoluzione non arriva dall’idea, ma dalla macchina. Nel 1869, un signore di nome Charles Goodyear Jr. figlio di quel Charles Goodyear 8 che aveva inventato la vulcanizzazione della gomma, brevetta una macchina da cucire capace di unire la tomaia alla suola passando per un guardolo, una striscia di cuoio morbido che corre tutto intorno al perimetro della scarpa. Il sistema richiede due cuciture distinte: la prima unisce tomaia, fodera e guardolo; la seconda unisce guardolo e suola. Nell’intercapedine che rimane si mette del sughero. Il sughero si adatta alla forma del piede nel tempo, come una memoria materiale dell’andatura di chi la indossa.
Il risultato è una scarpa risuolabile: quando il fondo si consuma, lo stacchi e ne metti uno nuovo, senza toccare il resto. Una scarpa Goodyear ben costruita dura decenni. I vecchi scarponi da montagna in cuoio Goodyear erano indistruttibili e si portavano dal calzolaio come si porta un vestito sarto. Li risuolavi, li ingrassavi con grasso di balena o di merluzzo, li tenevi per vent’anni.
La moda, o la necessità, è ritornata.
Pausa merenda: piedi e scarpe sono gettonatissimi nel cinema, qui una carrellata tratta da “C’era una volta a Hollywood, con i piedini della divina Margot Robbins.
Quarta tappa: sei morti sulla Punta Rasica e la nascita del carrarmato
Settembre 1935. Diciannove alpinisti della SEM tentano la salita della Punta Rasica, in Val Bregaglia. La bufera li coglie in parete. Indossano pedule leggere di canapa e feltro, inadatte su terreno bagnato e ghiacciato, che non garantiscono tenuta né isolamento. Sei di loro muoiono assiderati.
Uno di quelli che sopravvive si chiama Vitale Bramani. Guida alpina milanese, accademico del CAI, persona cui evidentemente il sopravvivere fa venire voglia di fare qualcosa di concreto. Scrive nel diario, stando all’aneddotica: ” Assurdo morire per questo”
Bramani non é solo un alpinista: é anche un ebanista, e l’abilità artigiana lo aiuta a costruire in legno il prototipo di quello che ha in mente: una suola con tasselli sporgenti a forma di croce, come il battistrada di un pneumatico.
Ma bisognava passare dal prototipo alla fabbrica. E qui entra in scena Franco Brambilla, ingegnere e anche lui alpinista milanese, che fu il tramite decisivo tra Vitale Bramani e l’industria Pirelli per trasformare l’idea della nuova suola in un prodotto reale. 9 Brambilla è cognato di Leopoldo Pirelli e dirigente in Pirelli; da questa posizione può far testare le idee di Bramani nei laboratori dell’azienda
Viene messa a punto una mescola di gomma vulcanizzata, ispirata al know‑how dei pneumatici, che permette di ottenere la suola a carrarmato Vibram, dal nome di VItaliano BRAMbilla, molto più resistente all’abrasione e soprattutto più aderente sul bagnato e sul ghiaccio rispetto alle calzature tradizionali in cuoio o canapa.
Nel 1937 Bramani scala per la prima volta la parete nord-ovest del Pizzo Badile con Ettore Castiglioni, usando le nuove suole.
La consacrazione ufficiale arriva nel 1954, quando Lino Lacedelli e Achille Compagnoni raggiungono la vetta del K2 con scarponi Dolomite montati su suola Vibram. Il K2. Il secondo ottomila del mondo, ancora mai salito. E’ il momento in cui una suola da montagna smette di essere un oggetto tecnico e diventa un simbolo, quasi un argomento teologico, per chi frequenta le alte quote.
Oggi la mescola Vibram può contenere fino a una ventina di ingredienti: zolfo, carbonio, silicio, polimeri sintetici che si comportano in modo diverso a temperature diverse. La Megagrip per il terreno bagnato. La XS Trek per il trail. L’Arctic Grip il cui segreto di formula è custodito in un centro ricerche come se fosse la ricetta della Coca-Cola, con tasselli termocromatici che cambiano struttura molecolare sotto lo zero.
Quello che rimane, dall’idea originale, è il principio: il grip viene dalla forma e dalla mescola, non dai chiodi. Un pensiero semplice che ha salvato più vite di quante si possano contare.
Quinta tappa: gomma sintetica, Gore-Tex e il corpo della scarpa moderna
Lo scarpone da montagna contemporaneo è un oggetto di ingegneria soft.
La tomaia non è più di solo cuoio, è un tessuto tecnico, spesso un composito di nylon e fibra sintetica, con membrane impermeabili-traspiranti di cui la più nota è il Gore-Tex,10 un PTFE espanso brevettato da Robert Gore nel 1969 che lascia passare il vapore acqueo in uscita ma blocca le molecole d’acqua liquida in entrata. Un laminato che ha cambiato radicalmente il modo di stare in montagna con la pioggia.
La costruzione moderna dello scarpone tecnico usa spesso un sistema a iniezione diretta della suola: la gomma viene iniettata e vulcanizzata direttamente sulla tomaia. La leggerezza diventata il valore supremo: certe scarpe da trail running pesano 220 grammi, meno di un romanzo tascabile di media lunghezza.
Il vecchio scarpone in cuoio che ho fatto risuolare pesa poco meno di un chilo cada piede.
Esiste un posto in Italia dove si è deciso, nel corso di un secolo, come avrebbe dovuto essere fatta la scarpa da montagna del mondo intero. Si chiama Montebelluna, è in provincia di Treviso, e produce circa il 75% degli scarponi da sci e il 30% delle calzature tecniche da montagna vendute globalmente11. Non è una Silicon Valley della gomma: è una costellazione di piccole fabbriche, laboratori artigiani, reparti di ricerca e sviluppo sparsi tra le colline del Montello e le prime propaggini delle Prealpi Venete. Un distretto industriale nel senso più classico del termine — quello che Alfred Marshall chiamava “atmosfera industriale”12, un’intelligenza collettiva che si respira nell’aria e nei cortili, che passa da padre in figlio e da operaio a tecnico senza bisogno di brevettarsi.
Tutto comincia, come quasi tutto in questo articolo, con un’intuizione artigiana. A fine Ottocento i calzolai di Montebelluna producevano zoccoli per i contadini della pianura e scarpe robuste per i boscaioli delle Dolomiti. Con l’arrivo dell’alpinismo organizzato, il CAI era stato fondato nel 1863, le grandi ascensioni stavano trasformando la montagna da luogo di lavoro a luogo di desiderio, la domanda di calzatura tecnica crebbe. I montebellunesi si adattarono, come sempre fanno i distretti industriali italiani: lentamente, tenacemente, copiando e migliorando, brevettando quasi per caso.
I nomi che sono nati o cresciuti in quest’area sono quasi tutti quelli che campeggiano sulle pareti dei negozi specializzati: Dolomite, fondata nel 1897 da Giovanni Battista Zanatta, è la più antica, e fu lei a portare i primi scarponi italiani sul K2 nel 1954, con Lacedelli e Compagnoni. Nordica, nata nel 1939 come produttore di scarpe ordinarie e diventata nel dopoguerra il riferimento per gli scarponi da sci. Tecnica, fondata nel 1960 da Giancarlo Zanatta (la famiglia Zanatta è al distretto quello che i Medici erano a Firenze, con meno veleno e più poliuretano), che nel 1997 assorbirà anche Nordica. Lowa, tedesca di origine ma con produzione storica nel distretto veneto. Asolo, dal 1975, con una vocazione alpinistica che l’ha portata a equipaggiare spedizioni in quasi tutti gli ottomila.
Poi c’è La Sportiva, che è di Tesero, in Val di Fiemme, e quindi tecnicamente fuori dal distretto, ma che con Montebelluna ha condiviso fornitori, mescole, tecnici e un’idea comune di cosa dovesse essere una scarpa da montagna italiana. Fondata nel 1928 da Lorenzo Delladio come piccolo laboratorio artigiano, è diventata il marchio di riferimento mondiale per l’arrampicata sportiva e il trail running d’alta quota. Le loro scarpe le trovi ai piedi di Alex Honnold su El Capitan e di un pensionato ossolano sulla via Stockalper del Sempione, il che dice qualcosa sulla latitudine del loro progetto.
Nel distretto di Montebelluna lavorano oggi circa 6.000 persone, distribuite in più di 400 aziende, molte delle quali invisibili al consumatore finale: producono tomaie, suole, chiusure, laminati, componenti in carbonio, imbottiture termoformabili. È una filiera corta nel senso fisico del termine e questa prossimità ha permesso cicli di sviluppo prodotto rapidissimi, con prototipi che passano dall’idea al test sul campo in settimane. Una logica che l’industria globale delocalizzata fatica a replicare, e che spiega perché, nonostante la concorrenza asiatica, il distretto regga ancora.
Ogni tanto mi chiedo se chi compra uno scarpone Dolomite o una Sportiva sappia che dentro c’è un pezzo di una valle veneta che ha deciso, un secolo fa, che fare scarpe era un mestiere serio. Probabilmente no. Si allacciano, escono, e camminano. È già abbastanza.
Un discorso a parte meritano le scarpette da arrampicata, ovvero: come torturare un piede in nome della fisica; la scarpetta da arrampicata moderna è l’oggetto più antiumano che io abbia mai indossato.
Niente impermeabilità , niente imbottitura: gomma morbida ad altissima frizione, suola piatta o a downturning aggressivo, calzata strettissima che costringe il piede a una postura innaturale per massimizzare il contatto sulla roccia. La gomma usata è Stealth (Five Ten), Vibram XS Grip e Trax (Evolv), tre mescole ad alte prestazioni per arrampicata, sviluppate in collaborazione con i climber di punta, spesso su pareti specifiche. C’è gente che sceglie la scarpa da arrampicata in base alla composizione chimica della roccia su cui scala. Questa, devo ammetterlo, mi sembra già psicologia, non attrezzatura.
L’ho provata una volta sola, su una falesia sopra Domodossola, invitato da un cliente della libreria che arrampica da trent’anni e che continua a portarmi libri di alpinismo con l’aria di chi vuole convertire qualcuno.
Io ho il terrore di attaccarmi ad una roccia come un ragno, ma una volta l’ho accompagnato per cortesia, per guardare e cercare di capire.
La scarpetta era di qualche numero troppo piccola e dopo venti minuti avevo il piede ripiegato su se stesso come un tovagliolo di carta dopo un pranzo importante. Eppure, e questo è il paradosso che mi ha incuriosito, su quella roccia, a 1 metro di altezza, sentivo ogni cosa. Ogni micro-rugosità , ogni appoggio, ogni cedimento. Era come pensare con i piedi.
Questa è esattamente l’intenzione, mi diceva il mio mentore.
La storia inizia negli anni Trenta a Fontainebleau, foresta a sessanta chilometri da Parigi, dove i blocchi di arenaria sembravano fatti apposta per un certo Pierre Allain, scalatore e inventore di mestiere. Allain si accorge che le scarpe da basket, le Converse, le Chuck Taylor tengono meglio sulla roccia degli scarponi alpini, ma cedono lateralmente e si consumano in poche vie. Inizia a rinforzarle con strisce di caucciù 13. Nel 1947, con l’aiuto di un calzolaio artigiano, produce la prima scarpetta disegnata specificatamente per la roccia: la PA, dalle sue iniziali. Suola liscia, gomma morbida, tomaio avvolgente.
L’idea che la suola dovesse essere liscia e senza tasselli, era controintuitiva e rivoluzionaria insieme. Il grip non viene dalla forma, sulla roccia: viene dall’attrito tra gomma morbida e superficie. I tasselli della Vibram funzionano sul terreno perchè si incastrano nella terra; sulla roccia, si comportano come un cuscino d’aria tra il piede e la parete. Pierre Allain, che non aveva una laurea in fisica ma aveva passato anni a capire la roccia con le mani, aveva capito questo prima dei tecnici.
Nel 1950, il calzolaio ortopedico Edouard Bourdonneau rileva il progetto di Allain e fonda l’azienda EB dalle sue iniziali. Le EB Super Gratton diventano la scarpetta di riferimento per due decenni: in Francia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti. In Italia no: qui gli scarponi Vibram spadroneggiavano ancora, e chi voleva le EB doveva farle venire di contrabbando da Parigi, letteralmente, attraverso il Col de la Seigneâ 14.
La seconda rivoluzione arriva nel 1982. La Sportiva, azienda trentina, lancia le Mariacher violette, bassine, con la suola in mescola di gomma sviluppata su misura con il climber austriaco Heinz Mariacher. E’ un cambiamento di paradigma. Non solo di tecnica: di estetica, di cultura. La scarpetta vince definitivamente sullo scarpone nelle falesie, il gesto di arrampicata diventa più preciso e più vario, nasce l’arrampicata sportiva moderna.
Oggi le mescole di gomma per le scarpette da arrampicata sono sviluppate come i pneumatici da Formula 1: composizioni diverse per temperature diverse, per tipi di roccia diversi, per stili di scalata diversi. La Stealth C4 di 5.10 (oggi Adidas), la XS Grip2 di Vibram, la Trax HF di La Sportiva. C’è gente che sceglie la scarpetta in base alla composizione chimica della roccia su cui scala. Calcari, graniti, arenarie, conglomerati: ogni superficie ha la sua mescola ideale, e il dibattito nei forum di arrampicata raggiunge livelli di dettaglio che onestamente mi sembrano più adatti a un dottorato in chimica dei polimeri che a una conversazione tra persone normali.
L’altro elemento che distingue la scarpetta moderna è la calzata. La scarpa stringe il piede in modo deliberatamente scomodo: il pollice deve essere leggermente piegato, le dita in leggera tensione. La ragione è meccanica: il piede deve lavorare come una leva, non come un ammortizzatore. Ma togliersi le scarpette dopo una giornata in falesia è uno dei piaceri più autentici che la montagna possa offrire. Un sollievo così puro e improvviso da avere quasi una qualità spirituale.
Io ho resistito solo mezz’ora. Il cliente della libreria che mi ha portato a quella falesia sopra Domodossola dice che ci si abitua. Che dopo un po’ non ci si fa più caso. Che diventa normale.
Gli ho creduto poco. Ma gli ho creduto abbastanza da capire che quella scarpa che tortura il piede per fargli sentire tutto, è la stessa cosa che cercavano i costruttori di mocassini Sioux. Il metodo è opposto. L’intenzione identica.
La vecchia suola, che il calzolaio mi ha ridato insieme agli scarponi risuolati, é usurata in un punto solo, sul lato esterno della punta destra, il segno inconfondibile di chi, su certi traversi in discesa, tende a caricare così.
Guardando le suole vecchie vedo come camminava Leo nelle lunghe passeggiate in cui gli ho trasmesso la passione dell’outdoor, che lui ora ha sviluppato anche in altre forme.
E’ strano che un pezzo di gomma tenga memoria di un corpo senza nessun altro documento di quel corpo. Solo il modo in cui qualcuno posava il piede sulla montagna.
Forse è anche per questo che l’ho fatto riparare: uno scarpone è un testo biografico scritto da chi l’ha usato. E io, che di mestiere tengo testi biografici sugli scaffali, ho il piacere non solo di custodire anche questo, ma di riusarlo, di rimetterlo in circolo, come faccio coi libri fuori catalogo.
Sesta tappa: Mi raccomando, salite e scendete piano, che in montagna non c’è fretta.
Ma ora torniamo coi piedi per terra: è il momento dei consigli per gli acquisti.
Ricordo a tutti i generosi mecenati che mi leggono, che per offrirmi un tè o un cappuccino basta cliccare qui sotto.
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C. Helm et al., «Evidence for the use of footwear by hominins at three sites on the Cape coast of South Africa»*, iScience, 2023. La citazione è una traduzione libera dal paper originale in inglese
E. Trinkaus, «Anatomical evidence for the antiquity of human footwear use», Journal of Archaeological Science 32 (10), 2005. Trinkaus della Washington University è il ricercatore che per primo ha correlato la riduzione delle falangi laterali all’uso di calzature con suola rigida
La radice linguistica complessa: “makisin” nella lingua Ojibwe (Anishinaabe), “maccasin*”come trascrizione inglese coloniale del XVII secolo. Cfr. Dictionary of the Ojibway Language*, Frederic Baraga, 1853.
La concia al cervello è una tecnica documentata in molte tradizioni native americane. La lectina e i lipidi cerebrali agiscono come plasticizzante naturale della cheratina della pelle. Cfr. M. Gilberg, «The nature of skin tanning», Journal of the American Leather Chemists Association 70, 1975.
Per le varianti costruttive regionali: Colin F. Taylor, “Native American Arts and Crafts”, Thunder Bay Press, 2000. Per la classificazione delle tribù delle Pianure e dei boschi: *Handbook of North American Indians*, vol. 15, Smithsonian Institution, 1978
Cfr. intervista a Robert Fliri su Corriere dell’Alto Adige, 2012, e profilo su Designboom, 2009. La ricostruzione del ruolo di Marco Bramani è confermata da più fonti interne a Vibram: cfr. Fondazione Museo della Montagna, Torino, archivio Bramani.
Plutarco, Vita di Numa, cap. XVII: descrive le corporazioni artigiane istituite dal re, tra cui quella dei conciatori (coriarii). Edizione di riferimento: Plutarco, Vite parallele, Mondadori, trad. C. Carena, 2006.
Charles Goodyear Jr. brevetta la sua macchina nel 1869 negli USA (Patent No. 98,291). Da ricordare che il padre, Charles Goodyear Sr., aveva già brevettato la vulcanizzazione della gomma nel 1844 — la stessa tecnologia su cui si baserà , novant’anni dopo, Vitale Bramani. Una storia di famiglia, quasi.
Le fonti storiche sulla nascita di Vibram convergono: Fondazione Pirelli, “Storie dal mondo Pirelli”, 2022; Wikipedia voce Vibram (versione italiana, aggiornata febbraio 2025); Montagna.TV, Vibram, nato da genio e tragedia, 2009.
W. L. Gore & Associates, brevetto US3953566A, 1970. Bob Gore ha scoperto quasi per caso la proprietà del PTFE espanso mentre tentava di produrre una fibra di politetrafluoroetilene per uso elettrico. Come spesso accade con le cose utili, non stava cercando quello che ha trovato
Dati: Museo dello Scarpone e della Calzatura Sportiva di Montebelluna (MuSa), aggiornamento 2022. Il museo è una fonte primaria eccellente per la storia del distretto.
Alfred Marshall, Principles of Economics, libro IV, cap. X, 1890: il concetto di industrial atmosphere — l’accumulo di conoscenza tacita che si diffonde nei distretti produttivi — è il quadro teorico con cui l’economia ha poi interpretato i cluster italiani, da Montebelluna a Prato a Biella.
Cfr. GognaBlog, «Storia delle scarpette fino alla Canyon», novembre 2018. Ricostruzione storica documentata da Alessandro Gogna, alpinista e storico dell’alpinismo italiano, che ha operato direttamente nel periodo di transizione tra scarpone e scarpetta negli anni ‘70.
L’aneddoto del contrabbando di scarpette EB attraverso il Col de la Seigne è riportato in più fonti dell’alpinismo italiano degli anni ‘70. Cfr. ancora GognaBlog cit., e PlanetMountain,«Prima e dopo le Mariacher»



